33 Hz

scritto da Nene
Scritto 21 ore fa • Pubblicato 20 ore fa • Revisionato 20 ore fa
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Autore del testo Nene
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Un impulso impercettibile smuove i sismografi mondiali. nessuno ci fa caso, e chi lo fa cerca di nascondere la cosa. Ma a due giovani amici la cosa non sfugge....
- Nota dell'autore Nene

Testo: 33 Hz
di Nene

CAPITOLO 1: Anomalia

 Il Black Dog non chiudeva mai. Era incastrato tra due magazzini di pietra scura nel porto di Galway, dove l’aria puzzava costantemente di sale, gasolio delle barche e torba bruciata. Fuori, la pioggia irlandese di inizio giugno cadeva obliqua, sferzata dal vento dell’Atlantico che faceva tremare le insegne di ferro della via. Dentro, l’umidità si condensava sui vetri spessi, nascondendo il mondo esterno dietro una coltre di gocce pesanti. Oliver fece ruotare il bicchiere di stout sul tavolo di legno consumato, fissando la schiuma densa che si muoveva lenta. Aveva venticinque anni, la mascella squadrata tipica della gente dell’Ovest, la pelle chiara e i capelli castani costantemente arruffati dal vento che si ostinava a non pettinare. Davanti a lui, sommerso da una pila di fotocopie ingiallite, schizzi di cattedrali gotiche e mappe satellitari della Siberia, c’era il suo intero mondo. «È una truffa temporale, Charlotte. Una formattazione programmata», disse Oliver, la voce bassa, quasi un sussurro per non farsi sentire dal vecchio marinaio addormentato tre sgabelli più in là. «Ci raccontano che l’umanità è passata dalle caverne alla pietra focaia, e poi dritta verso le carrozze e i microchip. Ma se guardi le fondamenta di queste città, se scavi sotto il fango dell’Ottocento, trovi la stessa identica architettura megalitica ovunque. Da Dublino a Tokyo. Centrali energetiche atmosferiche, non chiese. La chiamavano Tartaria nei vecchi registri, prima che i censori cancellassero tutto. Ogni tot secoli, qualcuno preme il tasto reset, ripulisce la lavagna e noi ricominciamo da capo, convinti di essere l'apice dell'evoluzione». Charlotte lo ascoltava senza muovere un muscolo del viso. Aveva la sua stessa età, venticinque anni, ma sembrava fatta di spigoli e silenzio. Era magra, quasi esile dentro la sua giacca di pelle scura sovradimensionata. I capelli, neri come l’inchiostro, erano raccolti nel solito chignon disordinato sulla nuca, tenuto fermo da una penna biro infilata di traverso. Qualche ciocca ribelle le incorniciava gli occhi scuri, fissi sullo schermo opaco di un ThinkPad modificato, privo di qualsiasi adesivo o marchio di fabbrica. Charlotte era un fantasma digitale. Muovendo le dita su tastiere sgangherate avrebbe potuto svuotare conti cifrati alle Cayman o rivendere codici sorgente ai cartelli dell’Est, ma i soldi non le erano mai interessati. Per lei, la rete era un labirinto di mura medievali e lei era l'unica ad avere la chiave di ogni singola porta. Il potere era l'informazione pura, non i numeri su un conto bancario. «La tua Tartaria è una bella favola per dormire la notte, Ollie», rispose lei, senza distogliere lo sguardo dalle righe di comando che scorrevano sul monitor. Il terminale rimbalzava su sette proxy cifrati tra l'Islanda e la Malesia. «Il mondo è molto più banale. C’è chi comanda e chi obbedisce. E chi comanda usa i server, non le cattedrali d'energia». «E tu spiegami perché hanno occultato le mappe del polo prima del 1850», incalzò Oliver, sporgendosi sul tavolo e picchiettando il dito su una riproduzione cartacea di un'antica carta geografica. «Spiegami perché» Si interruppe. Sul tavolo, proprio accanto al portatile di Charlotte, il suo smartphone modificato non emise un suono di notifica normale. Sputò un sibilo acuto, una frequenza stridula programmata per una sola cosa: l'attivazione di uno script silente che Charlotte aveva inserito mesi prima nei server di backup dell'INGV italiano e dell'USGS americano. Un software civetta che dormiva nei sotterranei della geofisica mondiale. Charlotte si bloccò. Le sue dita smisero di fluttuare sulla tastiera. Girò lo schermo del telefono verso di sé. La luce bluastra le illuminò i lineamenti affilati del viso. «Ollie», disse, e la sua voce perse improvvisamente quel tono cinico che usava sempre. «Taci un secondo». «Che c'è? Un attacco DDoS?» «No». Charlotte picchiettò tre volte sullo schermo, aprendo la stringa di log grezzi provenienti dalla stazione di rilevamento sismico di Al-Jizah, in Egitto. «Guarda qui». Oliver si sporse, stringendo gli occhi. Il grafico sismico non mostrava il classico andamento frastagliato e caotico di un terremoto. Non c’erano onde primarie che salivano per poi degradare nel disordine della roccia che si spezza. C’era una linea. Una linea che si era alzata di colpo, era rimasta perfettamente piatta in cima, ed era crollata a zero con una precisione millimetrica. Un'onda quadra. LOG DI SISTEMA // SERVER SATELLITE: ST_GIZA_01 STAMP: 06-06_03:33:00_GMT DURATION: 03.33 SEC SIGNAL: NON-SEISMIC // ARTIFICIAL FREQ: 33.00 Hz (CONSTANT) AMPLITUDE: CALIBRATED Un errore di calibrazione dei sensori», azzardò Oliver, sebbene il cuore avesse già iniziato a battergli più forte nel petto. «Un errore non dura esattamente tre secondi e trentatré centesimi», ribatté Charlotte, mentre le sue dita riprendevano a volare sul computer per forzare il firewall della rete di monitoraggio globale. «E soprattutto, un errore sismico non genera un impulso acustico a trentatré hertz costanti direttamente dalla roccia calcarea della Grande Piramide. È un segnale pulito, Ollie. Qualcuno ha sparato una nota musicale nel terreno. Una nota pesante come una montagna». Oliver sentì la gola farsi improvvisamente secca. «33 hertz... La risonanza di camera». «Non è finita», lo interruppe lei. La sua faccia era diventata pallida sotto la luce del monitor. Il ThinkPad emise un secondo bip stridulo. Poi un terzo, a catena, come una mitragliatrice. I log iniziarono a scorrere a cascata, rinfrescando la pagina a una velocità folle. Teotihuacán, Messico: 33 Hz. Durata: 03.33 secondi. Xi'an, Cina, Valle delle Piramidi: 33 Hz. Durata: 03.33 secondi. Piramidi sommerse di Yonaguni, Giappone: 33 Hz. Durata: 03.33 secondi. Le coordinate geografiche si illuminavano una dopo l'altra sulla mappa geopolitica di Charlotte, tracciando linee ideali che avvolgevano il globo come una ragnatela invisibile. In quel preciso istante, la lampadina ingiallita sopra il loro tavolo al Black Dog tremò. Il filamento di tungsteno emise un ronzio sordo, un calo di tensione improvviso che fece sfarfallare le luci dell'intero pub. Negli angoli del locale, i telefoni degli altri pochi avventori iniziarono a emettere un'interferenza statica, un fruscio cupo che sembrava salire direttamente dal pavimento di pietra. Oliver guardò la sua stout. Sulla superficie scura della birra, cerchi concentrici perfetti si propagavano dal centro verso il bordo del bicchiere. Il terreno sotto le loro scarpe stava vibrando, ma in modo così profondo e regolare da sembrare quasi un battito cardiaco. Charlotte alzò lo sguardo dal computer, incrociando gli occhi di Oliver. Lo chignon si era parzialmente allentato, lasciandole cadere una ciocca di capelli neri sulla fronte. «Ollie», sussurrò, indicando lo schermo dove le stazioni sismologiche governative stavano scomparendo una a una, oscurate da un comando di blackout centralizzato. «Il tuo motore. Qualcuno ha appena girato la chiave». Oliver fissò la mappa mondiale che si stava spegnendo sotto i colpi della censura militare. Sorrise, ma i suoi occhi erano pieni di un terrore ancestrale. «Non è un motore, Charlotte», disse, mentre il ronzio sotterraneo si spegneva lentamente, lasciando nel pub solo il rumore della pioggia irlandese. « Qualcosa di grosso si è attivato da solo, e qualcuno non vuole che si sappia»

33 Hz testo di Nene
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